Contro-narrazioni su aborto #7. La storia di B.T.

Continua la raccolta delle vostre storie sull’interruzione di gravidanza.

Abbiamo messo a disposizione di tutte le donne questo spazio per costruire insieme delle contro-narrazioni su aborto e gravidanza.

Se il personale è politico allora le vostre storie serviranno a rompere l’unica narrazione socialmente accettata sull’aborto, quella di una scelta lacerante, e l’unica narrazione che ha visibilità su gravidanza e maternità, quella di esperienze esaltanti e sempre positive.

Qualsiasi sia la tua esperienza questo spazio è a tua disposizione se vuoi condividerla.
Puoi scriverci a: comunicazionedigenere@gmail.com

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Questa è la storia di B.T.

Era il 2000, avevo 22 anni. Prendevo la pillola anticoncezionale da 4 anni, da quando uscivo con il mio fidanzato di allora.
La mia ginecologa mi suggerì di sospendere la pillola per un mese per “vedere se le mie ovaie funzionavano correttamente” (su questo suggerimento nutro tutt’ora molti dubbi). Quindi, via con un metodo alternativo meccanico, il profilattico, che non sempre funziona. Infatti quel sabato si ruppe.
Allora, io e il mio ragazzo, andammo all’ospedale più vicino, dove però non c’era il reparto ginecologia. Mi mandarono dalla guardia medica. Ci andai da sola perché “il mio ragazzo si vergognava”. Il dottore era un signore di mezza età. Gli chiesi: “Sono qui perché vorrei farmi prescrivere la pillola del giorno dopo. Lui mi rispose con arroganza: “Mi dispiace, sono un obiettore”. Ci rimasi talmente male che non riuscii a dire nulla. Quindi, andammo dalla guardia medica del paese più vicino. Mi accolse una donna. Pensai che forse era la volta buona.
Lei prese un libretto con le dosi dei farmaci. Mi prescrisse una pillola di vecchia generazione a dosi massicce. Rispettai le sue indicazioni.
Passò un mese.
Le mestruazioni non erano arrivate, ma io nemmeno ci pensavo alla possibilità che il rimedio prescritto dalla dottoressa non avesse funzionato. Andai al consultorio per un semplice controllo e la ginecologa mi disse: “Ha tensione al seno? Sente il bisogno di urinare più spesso?” E io :”Sì”. E lei: “Allora dobbiamo escludere una gravidanza. Le prescrivo gli esami”. Svenni.
Tornai al consultorio con l’analisi delle urine (che aveva dato esito positivo) per la richiesta dell’applicazione della 194.
Per il resto ricordo solo i pianti quotidiani (per l’incredulità di fronte alla situazione in cui mi trovavo), le visite all’ospedale da parte di un medico non obiettore, che si assicurò di mettermi immediatamente in lista “per non farmi rischiare di oltrepassare la soglia dei 3 mesi previsti dalla legge”.
Il giorno dell’intervento lui era lì. Era il compleanno di mio padre, al quale raccontai che sarei stata via tutto il giorno a divertirmi. Per non farli preoccupare, non raccontai nulla ai miei genitori fino a qualche anno fa, nonostante fossi sicura che non avrebbero interferito nella mia scelta.
L’intervento andò bene. Io non ebbi nausea né altri effetti collaterali. Dopo che il medico non obiettore se ne fu andato, parlai solo con un altro dottore, che mi consegnò un foglietto indicante la cura da seguire una volta tornata a casa.
Da allora ho ancora il terrore di tornare ad avere a che fare con un medico obiettore e con i suoi giudizi impietosi.  Anche se ora sono certa che non resterei lì impalata come come 14 anni fa.
A volte penso al bambino che non ho avuto, che ora avrebbe 14 anni. Non provo sensi di colpa per quello che ho fatto. Non avrei potuto fare un figlio in quella situazione, dovevo terminare gli studi e proprio non me la sentivo di diventare madre. E ora ne sono ancora più convinta se penso al modo in cui è naufragata la mia relazione dell’epoca.
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