Contro-narrazioni sull’aborto #5 La storia di Enrica

 

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Questo è il racconto di Enrica.

 

Nel febbraio 2011, a 22 anni, ho scoperto di essere incinta. Ricordo che immediatamente dopo aver controllato il risultato del test, ho preso il telefono e ho chiamato il consultorio, in lacrime, dicendo loro di voler ricorrere all’interruzione di gravidanza.
La voce che mi rispose era gentile, mi tranquillizzò. Mi disse  che dovevo aspettare una settimana per il primo incontro con l’ostetrica e la psicologa. Mi disse di riposare la mente, parlare con qualcuno se mi andava o riflettere con me stessa e cercare di maturare una decisione in serenità, e che la mia scelta sarebbe stata rispettata e mai giudicata. Lo speravo.

Fu una settimana di ansia e attesa pesante e sì, anche senso di colpa. Ma ricordo di non aver pensato nemmeno per un istante solo alla possibilità di poter portare avanti la gravidanza. Non me la sentivo, non la sentivo mia, non ero pronta, non la volevo. Soprattutto, non ne ero felice.
H. , il mio ragazzo, che amavo profondamente ma con cui non sono mai riuscita creare una comprensione e un intesa completa, cercò a suo modo di starmi vicino, dicendomi che avrebbe rispettato e appoggiato qualsiasi mia scelta.
Ma la sua apertura, straordinaria per il contesto culturale da cui proveniva, non mi fu d’aiuto. Mi sentii sola, totalmente responsabile di una scelta che ci coinvolgeva entrambi.

Non parlai con nessun altro, se non con mia madre, che fu meravigliosa. Nonostante avuto sempre un rapporto molto complesso, e lo scontro sia sempre stato centrale nel nostro modo di interagire e conoscerci, mi ha compresa e accolta completamente.
Ricordo quando glielo dissi, era stanca e di fretta, durante la pausa pranzo. Eravamo sedute sul bordo del suo letto. Mi ha abbracciata, tranquillizzata. Ha pianto con me, mi ha lasciata parlare, spiegare e, semplicemente domandando e ascoltando, mi ha aiutata a capire cosa volevo. Una volta deciso che non “volevo” (e non “non potevo” diventare madre), abbiamo sorriso insieme.
Da quel momento non mi ha mai lasciata sola. E’ venuta ad ogni incontro in consultorio e ad ogni visita. Mi accompagnava e mi aspettava fuori, senza chiedermi niente. Non avevamo bisogno di dirci nulla, ci capivamo, sapevamo. Venne anche il giorno dell’intervento, fu l’unica persona con cui riuscii a confrontarmi prima di prendere la mia decisione, e una delle poche con cui l’ho condivisa.
Mi accorgo mentre scrivo che ancor più che la narrazione di un aborto, questa sia la narrazione di un parto, quello di una scelta, di una nuova consapevolezza, e di un rapporto finalmente completo e forte con la donna che mi ha messa al mondo e cresciuta.
L’intervento in sé è stato breve, e mi ricordo poco. Ricordo che un po’ mi disgustava la freddezza con cui i medici e le ostetriche trattavano l’intervento come “una cosa da dieci minuti”, ma almeno nel personale medico con cui ho avuto a che fare non ho mai incontrato giudizi, resistenze, pressioni psicologiche o  tentativi di farmi cambiare idea.
Ricordo che tornata a casa provai una grande stanchezza e un enorme sollievo.
Sollievo, è il sentimento che ancora oggi provo quando penso al mio aborto. Sollievo per la scelta che sono riuscita a fare, per non aver lasciato accadere qualcosa che non volevo.
Mi accorgo che è la prima volta che ne scrivo. Ne ho parlato con qualche amica, in seguito, ma narrare agli altri è più semplice che narrare a se stessi.

A volte sento di non aver ancora completamente fatto mia questa esperienza e che, almeno inizialmente, ho cercato di rimuoverla. Ora, a qualche anno di distanza, mi capita di pensare più spesso di prima al mio percorso e alla scelta di abortire.
Non ho rimorsi, sto bene. Sono in pace con la mia scelta e credo questo mi aiuterà ad essere più libera, consapevole e felice nell’affrontare una futura gravidanza, se e quando lo vorrò.

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